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Comunicatinotizie

Come ogni anno ci risiamo.

Il 10 febbraio, «Giorno del ricordo» diventa l’occasione per spacciare come prova delle violenze commesse dall’Esercito popolare di Liberazione Jugoslavo quelle foto che in realtà provano le atrocità del Regio Esercito Italiano durante l’occupazione della Jugoslavia.

Già da qualche anno la presenza on line del post di Pietro Purich Come si manipola la storia attraverso le immagini: il #GiornodelRicordo e i falsi fotografici sulle #foibe https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/03/come-si-manipola-la-storia-attraverso-le-immagini-il-giornodelricordo-e-i-falsi-fotografici-sulle-foibe/ ha messo in luce l’uso strumentale e manipolatorio fatto dall’estrema destra di alcune immagini, contribuendo ad un uso maggiormente consapevole delle stesse. Ma c’è ancora qualcuno che decide di mettere bocca su un argomento tanto tragico e complesso senza dimostrare neppure quel minimo di attenzione che il rispetto alle vittime di quella tragica storia renderebbe necessaria.

Stiamo parlando dell’Assessore Provinciale all’Edilizia, al Libro fondiario, al Catasto e al Patrimonio della Provincia autonomia di Bolzano, il leghista Massimo Bessone. Ieri ha condiviso sul proprio profilo facebook un post che diceva:

Giorno del ricordo del massacro delle foibe.
Un pensiero a tutte le vittime di questa triste pagina di storia, affinché anche questa tragedia sia da monito per il futuro!

Queste brevi frasi sono accompagnate da una foto:

Ora ci si aspetterebbe che chi ha svolto un anno di servizio militare come Bessone sia capace di porsi una semplice domanda «aspetta, ma i partigiani Jugoslavi gli elmetti come se li sono fatti? Nelle grotte?». Anzi basterebbe un minimo di conoscenza delle divise ed equipaggiamento utilizzate nella seconda guerra mondiale per accorgersi che i soldati nella foto indossano l’elmetto usato dal Regio Esercito Italiano. È proprio vero che non ci sono più i «patrioti» di una volta!

Da una persona che ricopre un’importante carica pubblica e che afferma nel proprio curriculum http://www.provincia.bz.it/aprov/giunta-provinciale/bessone-biografia.asp di aver svolto «Numerosi corsi di formazione e specializzazione in telecomunicazioni e programmazione di reti dati», ci si aspetterebbe anche che prima di condividere un’immagine si ponga alcune semplici domande:

«Chi l’ha scattata?
Dove?
Quando?
Con che scopo?
Dove è conservata?
Da quale fonte la sto riprendendo?»
Invece nulla.

Bene signor assessore, allora rispondiamo noi a queste domande, in modo da rendere davvero giustizia «a tutte le vittime» dei conflitti che hanno insanguinato l’Alto Adriatico.

Questa foto è stata scattata da qualcuno dei soldati e ufficiali del Regio Esercito Italiano presenti nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana, il 31 luglio 1942, probabilmente per provare ai propri superiori che si stavano eseguendo gli ordini contenuti nella famigerata circolare «3C» del generale Roatta, che raccomandava «il ripudio delle qualità negative compendiate nella frase bono italiano», vale a dire l’attuazione di una politica terroristica nei confronti delle popolazioni sospettate di appoggiare il movimento partigiano Jugoslavo.

Le persone che stanno per essere fucilate sono 5 contadini sloveni:
Franc Žnidaršič,
Janez Kranjc,
Franc Škerbec,
Feliks Žnidaršič,
Edvard Škerbec.

Cinque persone che fanno parte del milione di cittadini jugoslavi massacrati a causa dell’invasione nazifascista della loro terra e per i quali nessun ufficiale italiano è mai stato processato, anzi molti degli esecutori di quei massacri sono stati decorati e hanno continuato a svolgere incarichi di alto livello nella Repubblica Italiana (si veda il libro di Davide Conti. Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla repubblica italiana. Torino: Einaudi, 2017).

La foto, assieme ad una sequenza di altre che immortalano la fucilazione, è stata pubblicata nel 1946 a Lubiana, nel libro Ventinove mesi di occupazione nella provincia di Lubiana. Considerazioni e documenti http://www.diecifebbraio.info/2012/01/ventinove-mesi-la-documentazione-fotografica/ .

Sulla provenienza della foto, conservata presso il Museo di storia contemporanea di Lubiana, rimandiamo anche al comunicato dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia http://www.diecifebbraio.info/wp-content/uploads/2012/03/IRSML.jpg .

Questo ennesimo uso improprio della fotografia ci conferma quanto sia superficiale e strumentale il «ricordo» con cui tanti personaggi pubblici si riempiono la bocca nelle «ricorrenze ufficiali». Ad essere superficiale e strumentale del resto è tutta una narrazione che rimuove le violenze nazifasciste in Alto Adriatico e in Jugoslavia, dimenticando ad esempio gli internati morti di malattie e stenti nel lager italiano di Arbe, gli ebrei e i resistenti assassinati e bruciati nella Risiera di San Sabba a Trieste o i 269 abitanti del villaggio di Lipa, bruciati vivi dai nazifascisti nella scuola in cui erano stati rinchiusi.

Tutte vicende rimosse da una narrazione che anziché attraverso i libri di storia viene svolta con discorsi retorici, condividendo immagini di cui non si conosce l’origine o con proiezioni di film biecamente propagandistici come Red Land a cura delle istituzioni, come ha fatto gli anni scorsi il comune di Trento e come ha fatto quest’anno quello di Merano https://www.comune.merano.bz.it/it/10_febbraio_Giorno_del_Ricordo_15. Il tutto mentre chi prova a divulgare i risultati della storiografia, come ha fatto Eric Gobetti con il suo testo E allora le foibe?, edito da Laterza, viene minacciato con centinaia di messaggi violenti https://torino.corriere.it/cultura/21_febbraio_11/libro-foibe-minacciato-eric-gobetti-comunista-appeso-ci-vendicheremo-a2976022-6c80-11eb-bd17-59a445633f5e.shtml?fbclid=IwAR3C0kCDN46aDSgpn-7Cl3Wh16jwDxNM9VkuG98hzL1fzAwwCVFD1Ux24WA .

Da parte nostra sentiamo il dovere di dire che vanno ricordate allo stesso modo tutte le vittime civili dei conflitti in Alto Adriatico, senza distinzione alcuna su base «nazionale».
A questo scopo condividiamo qui il testo redatto nel 2000 dalla «Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena», scritto da storici di entrambe i paesi e che ha il merito di raccontare la storia di quelle terre per intero, senza rimuovere o mistificare per scopi politico-identitari quelle vicende https://www.isgrec.it/confine_orientale_2018/materiali/relazione%20commissione%20mista.pdf .

Segnaliamo anche che purtroppo è stato rimosso dai siti Rai il documentario «Meja – guerre di confine», prodotto da Rai Educational nel 2008, l’unico documentario in italiano che raccoglieva le voci delle vittime civili di entrambe le parti.

Quanto alle interpretazioni storiografiche, invitiamo chi si volesse approfondire il tema in tutte le sue sfaccettature, a confrontare tra loro due testi:

  • Il dossier «La storia intorno alle foibe», pubblicato il 10 febbraio 2017 sul sito della rivista «Internazionale», che raccoglie le interviste fatte dal collettivo Nicoletta Bourbaki a diversi storici https://www.internazionale.it/notizie/nicoletta-bourbaki/2017/02/10/foibe . Qui vi è invece un punto di vista trans-nazionale e orientato alla messa in discussione delle «identità etniche», a cui ci sentiamo più vicini rispetto al «Vademecum» sopra riportato.

Nei due link si trova una vasta bibliografia per approfondire ulteriormente l’argomento.

Insomma c’è tantissimo materiale di spessore culturale, orientato secondo vari punti di vista, spesso prodotto da istituzioni culturali e alla portata di chiunque. Ma invece che valorizzarlo e portarlo all’attenzione popolazione, spesso chi ha incarichi istituzionali continua ad operare in maniera evidentemente superficiale e strumentale alle proprie retoriche.

Ci teniamo ad elencare queste fonti di diverso orientamento per mostrare che c’è tutto il modo di parlare seriamente del tema secondo le più diverse sensibilità, purché si abbia la volontà di leggere ed approfondire, senza rimuovere quelle vicende che cozzano con la nostra visione del mondo e senza limitarsi a condividere distrattamente qualche «santino» di cui si ignora origine e significato.